Teatro Tutti non ci sono

Tutti non ci sono

La legge 180

Ti trovi in una pagina di Archivio, se vuoi consultare la programmazione corrente visita la pagina Cartellone.


21 maggio 2018

Sala Tre

Restiamo in contatto
newsletter

Condividi

di e con Dario D’Ambrosi

Un uomo esce da un ospedale psichiatrico, ha una gabbietta vuota in mano e comincia a vagare per la metropoli. A 40 anni dalla legge Basaglia, Dario D’Ambrosi porta in scena il labile confine tra pazzia e normalità.

Tutti non ci sono inizia con la proiezione di un filmato girato a New York dall’italoamericano Gerald Saldo: nella Grande Mela, un paziente psichiatrico esce da un ospedale con una gabbietta vuota in mano, e vaga senza meta per la metropoli.
L’uomo indossa un camice, un pigiama ed un paio di pantofole; ha il volto bianco e smagrito. È il 1978 e, in ossequio alla legge 180 di Franco Basaglia, chiudono i manicomi. I pazienti vengono dimessi dagli ospedali psichiatrici, catapultati nella città senza alcun criterio, senza considerare che molto spesso il matto viene considerato dalla società come qualcosa di ingombrante e scomodo, di cui nessuno si vuole assumere la responsabilità.
Nel filmato il paziente si trova solo, nel caos cittadino, l’unico oggetto che ha con sé è una gabbia vuota.
Dopo lungo peregrinare il malato arriva di fronte la porta di un teatro; si passa così dal filmato all’azione scenica.
Entra di spalle agli spettatori e si incammina verso la scena. L’esterno, la società, diventa il pubblico, lo spettatore è costretto suo malgrado a confrontarsi con la diversità, con un uomo che si fa fatica a considerare un attore che recita. Egli è a stretto contatto con il pubblico e lo invita a fare azioni stravaganti, pronunciare parole di cui ci si vergogna. Procedendo a braccio, D’Ambrosi costringe gli spettatori ad accarezzarlo e a stringerlo, ricreando quella ritrosia che è tipica di chi si trova di fronte a un vero malato di mente. Sulla bocca dello spettatore si disegna quel lieve sorriso di imbarazzo che caratterizza l’atteggiamento che si ha per i matti. D’Ambrosi sembra allora davvero un povero malato e lo spettacolo riesce nel suo intento di dimostrare quanto sia labile il confine tra pazzia e normalità, interrogandosi sul concetto stesso di pazzia al di là dei comuni preconcetti.

Restiamo in contatto
newsletter

Condividi
Restiamo in contatto
newsletter

Condividi

Ti trovi in una pagina di Archivio, se vuoi consultare la programmazione corrente visita la pagina Cartellone.

21 maggio 2018

Sala Tre