Teatro

Shakespea Re di Napoli

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7 - 19 Gennaio 2020

Sala AcomeA
1 ora e 15 minuti

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testo e regia Ruggero Cappuccio
con Claudio Di Palma e Ciro Damiano
musiche Paolo Vivaldi
costumi Carlo Poggioli
aiuto regia e luci Nadia Baldi

produzione Teatro Segreto

Cosa sarebbe accaduto se Shakespeare fosse sbarcato a Napoli e il viceré gli avesse ceduto il trono per una notte?

A raccontarlo sarà Shakespea Re di Napoli scritto in versi da Ruggero Cappuccio nel 1994 e rappresentato sui palcoscenici italiani ed esteri ottenendo importanti riconoscimenti.

Tutto ruota intorno a un mistero: chi è W. H. l’ispiratore cui sono dedicati i Sonetti del poeta di Stratford? Cappuccio reinventa la realtà immaginandolo come un giovane commediante napoletano conosciuto dal Bardo nel corso di una sua “improbabile” visita alla città partenopea.

 

Un gioco intenso tra realtà e apparenza in cui la lingua barocca napoletana si fonde con la poetica shakespeariana, dando così vita ad una rappresentazione coinvolgente, musicale, fisica, nello stesso tempo popolare e aulica.

Così uno spettatore:
Meraviglioso, grande teatro, con due splendidi attori e una regia perfetta. Una grande emozione avervi assistito, da ricordare per il bellissimo incanto in cui sono stato avvolto tra i “sonetti” di Shakespeare e i  “quadri” di Caravaggio. Complimenti a voi per averlo ospitato e a tutti i protagonisti per l’affascinante spettacolo che ci avete donato e donato a Milano. – S. O.

Arte e politica, il fascinoso barocco napoletano e la poetica forbita, e al tempo stesso popolare, di Shakespeare si fondono magicamente in questo divertissement che non lesina sorprese, e incanta per la maestria dei due attori in scena: Claudio Di Palma e Ciro Damiano.
Michele Weiss - La Stampa

TRAMA
È la notte di plenilunio del ‘600, sulla riva del mare due uomini: uno, Desiderio, toccato dalla grazia della poesia, investe con i suoi deliri e i suoi racconti Zoroastro, un amico con il quale ha diviso tempo addietro le fatiche del teatro di strada, ora ridottosi ad alchimista imbroglione. Desiderio racconta di un’avventura che lo ha tenuto lontano da Napoli per un anno. Durante l’ultima sera di carnevale dell’anno prima, Desiderio era arrivato come tanti altri comici alla corte del vicerè, rimanendo abbagliato dalla sua figura. Si è fatto rapire da lui su una barca diretta in Inghilterra. Qui Desiderio scoprirà che quel vicerè altri non è però che Shakespeare, il cui nome si dice «comme si fosse nu suspiro d’ammore» e di cui diventerà nume ispiratore dei Sonetti e per il quale sarà Viola, Giulietta e Desdemona  «in un triato fatto tunno a tunno».

Alla chiusura dei teatri londinesi per peste, Desiderio è rientrato fortunosamente a Napoli, una tempesta lo ha sbattuto sulle rive partenopee e qui lo ha trovato Zoroastro. Il quale a poco a poco si lascia avvincere dal racconto dell’amico, affascinato da un nome che è tutt’uno con la poesia, la poesia della vita e del teatro. Ma la sua natura di plebeo scaltro e diffidente reclama delle prove di quanto l’amico gli ha detto: una cassa con i Sonetti non sarà bastevole, perché l’acqua li ha ridotti a fogliacci umidi e marci e anche il quadro che Desiderio ha portato da Londra con il suo ritratto, dono del Bardo al vicerè, si rivelerà cornice vuota, dentro cui accogliere l’ultima immagine di Desiderio morente, diventato però finalmente anche per l’amico W.H. il misterioso dedicatario dei Sonetti: W come Will e H come Heart, W.H. «come Desiderio e core».

In questa emozionante sospensione tra rappresentazione e verità, la storia di Desiderio e Zoroastro si arricchisce di sensi che sono soprattutto emozioni, intuizioni, dove il mistero del teatro si coniuga con la grandezza e la miseria di chi lo fa, dove la cialtroneria dei comici si illumina, magari per una sera sola, della magia di una lingua poetica che parla d’amore. Un duetto intenso e commovente, il canto dei protagonisti è un canto e controcanto avvincente nel quale sembrano assommarsi tutte le meraviglie del teatro.

Ciò che conta, qui, è la notevolissima abilità manifestata da Cappuccio nel riprodurre le forme e i ritmi del napoletano seicentesco. S'impone il tema della specularità per contrasto: fra la vita e la morte, fra la realtà e il sogno, fra le parole e la carne. [...] Bello, ripeto. Molto bello ed altrettanto acuto. [...] Il tutto, infine, si coagula nell’ultima scena, fra le più lancinanti del teatro recente: la cornice del presunto suo ritratto vantato da Desiderio si rivela vuota, e inquadra soltanto il corpo senza vita dell’appestato. Appunto, la vita, come sapeva Calderón, può essere soltanto sogno.
Enrico Fiore - Il Mattino
Uno spettacolo che continua ad essere acclamato dal pubblico oggi come ventisei anni fa perché riflette tutto l’umorismo e la comicità carnevalesca del capoluogo campano, con un linguaggio derisorio e volgare che nello stesso tempo serba, quasi fosse uno scrigno, un tesoro profondo: una lingua musicale, fisica, artistica.
Giulio Baffi - la Repubblica
La lingua napoletana è padroneggiata a meraviglia: si tratta di un idioma modellato sul lessico e fraseggi del Seicento barocco articolati in ritmi tali da restituire originalmente il senso e il suono dei Sonetti via via citati. [...] Spettacolo di piccole dimensioni ma prezioso, quello creato da Cappuccio e da suoi compagni, avvalorato sul piano figurativo dalle luci caraveggesche.
Aggeo Savioli - L’Unità
La scena è essenziale, scarna, le parole sgorgano in un vernacolo incalzante, offrendo un ambiente quasi straniero. I due protagonisti si mostrano con le loro debolezze, visceralità, assurdità. Un incitamento a noi, al pubblico, a prendere in mano le nostre vite, al di là di ciò che si è fatto, per realizzare ciò che ancora si desidera.
Daniele Maurizi - MP news
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