Occupazione

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19 Maggio - 3 Giugno 1973

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di Trevor Griffiths
traduzione e regia Andrée Ruth Shammah
con Franco Parenti, Giampiero Fortebraccio, Luisa Rossi, Patrizia Costa, Gianni Mantesi, Mario Bussolino, Elio Veller, Dino Conti, Fioravante Cozzaglio
scene e costumi Gianmaurizio Fercioni

Un modo nuovo di fare teatro politico, ecco quello che mi ha interessato: cioè degli uomini che vivono sulla scena e nella mente dello spettatore e non dimostrano soltanto. La possibilità dunque di fare del teatro senza venire inibiti o intimoriti dalla storia, ma con il rispetto della storia gramscianamente intesa, cioè come esperienza individuale vissuta da uomini che anche nei momenti più difficili conservano le proprie a volte contradditore caratteristiche.
dalle note di regia di Andrée Ruth Shammah

Un programma coerente

E così, quasi senza accorgercene, come rotolando sulle esigenze della programmazione, e sull’ incalzare delle necessità e dei problemi da risolvere, eccoci arrivati al quarto spettacolo della stagione. Il quarto ed ultimo, anche se solo ieri, ci sembra, davamo alle stampe il nostro primo programma. Quattro spettacoli, così diversi l’uno dall’ altro, eppure in qualche modo uniti da un filo invisibile ma per noi molto chiaro, e che nessun cultore dei “generi” letterari e drammatici potrà mai spezzare: questa spinta che c’è in tutti noi, a cercare un modo da far teatro fuori dagli schemi prefissati e scolastici, da canoni in qualche modo sanciti da teorie che vivono al di fuori e al disopra del contatto umanissimo e naturalissimo col pubblico.

Desideravamo rivolgerci ad un pubblico il più vasto e vario possibile, popolare non secondo un’etichetta manualistica e artificiosa, ma in quanto componente effettiva, rappresentanza ideale ma reale ideale città di Milano nella sua estensione, nella sua attività, nella sua umanità problematica e riottosa. Per venir in contro a questo scopo, c’eravamo prefissi tre direttive fondamentali da seguire: la linea dialettica-popolare, imperniata sul linguaggio e sulla dialettica dei personaggi della Lombardia di oggi e di sempre, che è stata rappresentata da Amleto prima, dalle poesie del Porta poi; la riscoperta e la riproposta di almeno un classico, un capolavoro del periodo aureo della commedia e di Molière in particolare: e l’ appuntamento con George Dandin è stato puntualmente mantenuto un test politico, infine, che inserisce il repertorio della Cooperativa all’ interno di realtà problematiche vive e attuali senza tuttavia cadere nella rigidità asettica del facile didascalismo, nel trabocchetto insidioso della falsa distanziazione. In questo senso, e per più di unaspetto, Occupazione è una scelta casuale, o quanto meno legata all’ occasione di un testo semplicemente interessante: nell’ intensità della partecipazione umana, oltre che politica, che essa suscita, nel commosso spaccato psicologico che essa rappresenta, nel complesso grumo di passioni simultanee e parallele che essa fonde, Occupazione è i testo politico che ci eravamo proposti di rappresentare. Razionalmente, compiutamente inserito in un programma, in una scelta, in un modo di fare e di vivere il teatro.

Il Salone Pier Lombardo

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Note di regia

Un nuovo modo di fare teatro politico

Ciò che mi ha colpito, leggendo per la prima volta Occupazione di Trevor Griffiths (e che mi ha dato la carica per farne un possibile spettacolo) è stato l’atteggiamento che l’autore aveva nei confronti degli avvenimenti storici e di quei personaggi che di questi avvenimenti ne sono stati protagonisti. Libertà ma non superficialità, non leggerezza o indifferenza, ma il sublimato di una passione e di interesse vivissimo nel portare all’ interno della propria reazione al palcoscenico non delle rigide statue, dei cliché da opuscoli, ma delle figure di umanità viva che si muovono in avvenimenti ridotti alla quotidiana semplicità.

Questa semplicità è il nucleo e il cuore dove questi avvenimenti drammatici avvengono. Ma essa non ricerca una ferrea attendibilità storica, non vuole delle illustrazione da libro di scuola o peggio da studio storico-didattico in cui non c’è più posto per il dramma umano, ma solo per un combattimento tra “ragioni superiori” e tende a reinventareprima di tutto lo sfondo, e quindi i grandi personaggi che su questo si agitano riportando alla luce prima di tutto il dibattito umano che li anima, poi le ragioni e i conflitti di idee e di interessi che li hanno portati a scontrarsi l’ uno contro l’altro, emblemi di quello che è la società e le sue configurazioni politiche e economiche in quel periodo.

Un modo nuovo di fare teatro politico, ecco quello che mi ha interessato: cioè degli uomini che vivono sulla scena e nella mente dello spettatore e non dimostrano soltanto. La possibilità dunque di fare del teatro senza venire inibiti o intimoriti dalla storia, ma con il rispetto della storia gramscianamente intesa, cioè come esperienza individuale vissuta da uomini che anche nei momenti più difficili conservano le proprie a volte contradditore caratteristiche.

Così Kabak il personaggio a cui ruota intorno l’azione scenica, che arriva in Italia per tentare di stabilire un punto di forza basato su reali bisogni del paese e per cui lavora: o un punto per una possibile rivoluzione, o un accordo economico che permetta un’apertura indispensabile. Kebak è una natura esuberante, un uomo tutto di un pezzo, che nell’ incontro con Valletta, non rinnega una parte di sé, come una facile lettura dotta potrebbe far credere, ma che con i piedi ben saldi non si lascia commuovere o smontare dal fallimento del movimento operaio ma procede coerentemente nel compito che lui ritiene altrettanto “rivoluzionario”: aprire mercati economici necessari perché venga evitata una crisi che metterebbe in pericolo le conquiste stesse della rivoluzione nel suo paese. Ciò non toglie (ed è a mio avviso una delle maggiori bellezze del testo) che esso non sia pieno di contraddizioni nella sua vita privata. La sfera della vita privata è sempre unita a quella della vita pubblica, vi cozza contro. È questo il contrasto presente nel personaggio di Kebak, contrasto che lo spettacolo vuole sottolineare con il rifiuto di una cifra rappresentativa stilisticamente unitaria.

Si deve avvertire lo stridore evidentetra l’atmosfera “romantico-patetica” della camera d’albergo, e ciò che li giunge dell’incandescente situazione politica “esterna” attraverso Gramsci e gli altri personaggi storici.

Valletta e Gramsci, due personaggi che più degli altri non devono venire considerati dei falsi storici per come vengono affrontati e rappresentati: sarebbe troppo ingenuo e superficiale se fosse così. Essi sono ciò che psicologicamente già sono, e ciò che fisicamente saranno. Chi ha bisogno di immagini oleografico-celebrative predeterminate e prevedibili in ogni particolare?

La scenografia, come è successo per i personaggi, non procede su una linea di stretta descrizione “realistica” o “storica” ma si basa sulla re-invenzione del clima soprattutto psicologico che spiega e soprattutto procede i movimenti dei vari personaggi. La rigidità delle linee che rappresentano la scena è già ciò che annuncia, anzi fa già presente il fascismo.

I mobili, le suppellettili, se qua e là sono ancora nel decorativismo borghese fine ottocento, nel gusto comodo e ben assestato delle grandi statue e delle lampade dalla fioca luce, già nel tavolo, nel letto e nelle sedie sono piacentiniani e ricreano un clima cupo attorno a cui premono le forze rivoluzionarie operaie e le tensioni dei maggiori protagonisti che li rappresentano.

Andrée Ruth Shammah

Programma di sala

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