Teatro

L’Arialda

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12 Novembre - 22 Dicembre 1976

12 Aprile - 17 Aprile
Teatro Valle - ROMA
5 Maggio - 5 Maggio
Teatro Ponchielli - CREMONA
6 Maggio - 6 Maggio
Teatro Genovese - GENOVA
17 Maggio - 17 Maggio
Teatro la Cittadella - LUGANO
18 Maggio - 18 Maggio
Teatro Kursal - LOCARNO
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di Giovanni Testori
regia Andrée Ruth Shammah
con Luisa Rossi, Iris De Santis, Cesare Ferrario, Bob Marchese, Giovanni Battezzato, Giorgio Melazzi, Hilde Maria Renzi, Valeria D’Obici, Ida Meda, Bruno Noris, Fiammetta Crippa, Bruno Pagni
scene e costumi Gianmaurizio Fercioni
musiche Fiorenzo Carpi

Note di regia

Continuità di lavoro con Testori, approfondimento di una poetica e di una teatralità. Alla ricerca di una visione della vita dei sentimenti in uno stile grumoso, vario, che segua i personaggi fino al segreto di loro stessi, nelle molteplici possibilità di esprimersi, di esplodere. Un’Arialda letta e vissuta dopo le esperienze dell’Ambleto e del Macbetto.

La scelta della cava come luogo unico, totalizzante, dove si va a piangere, fare all’amore, nascere e morire. L’uomo che non riesce a stare tra le quattro pareti della sua camera, di notte, “con i suoi magoni e le sue rogne”, esce alla ricerca dell’altro, di un altro corpo, per colmare il non-senso della vita, per calmare, un attimo, i troppi perché senza risposta che gli urlano dentro. […]

La cava infine dove si cerca di nascondersi, ma dove si sa di essere visti e come l’Ambleto non era chiuso in una corte, ma rappresentato per essere visto in un teatro, come il Macbetto era lo spiazzo davanti a un muro o a una chiesa, i personaggi dell’Arialda vengano proiettati in una situazione che ipotizza gente che ti guarda: il bisogno del pubblico come componente essenziale del fare teatro nel senso cioè che questo pubblico non assiste allo sviluppo della vicenda come se guardasse attraverso il buca della serratura.

Il tentativo di far uscire il teatro dal teatro, di alludere a momenti vissuti, di ritrovare l’imprevedibilità di un sentimento nella libertà di essere semplici, d’immediata naturalezza. Il tentativo di cercare nella propria memoria i conflitti (generazionali – uomo/donna – lavoro/sentimenti), non per ricreare un psicologismo teatrale ma per scoprire il tono di un’espressione, il gesto che corrisponde a una mentalità. Il tentativo di non camuffarsi sotto intellettualismi o retoriche accettando il rischio di una partita che si gioca al di fuori delle formule conosciute e consolidate. Fiducia nella parola, quando questa cerca di comunicare una visione del mondo, quando ha il coraggio di amare le cose che ama e di urlare il vuoto di non riuscire a viverle. La parola di Testori.

– Andrée Ruth Shammah

 

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  • 3 di 15. © Pietro Privitera
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La scelta interpretativa della Shammah non è limitata ad accendere il riflettore sulla protagonista, ma ha allargato, trovando un perfetto equilibrio, il proprio campo di indagine a tutti i personaggi che diventano quindi dei coprotagonista, recuperando così, da un lato, la coralità del dramma, e esplicitandone dall’altro, il carattere di spaccato sociale.

Ecco allora che la scena di grande fascino evocativo (si deve al bravissimo Gianmaurizio Fercioni che firma anche i costumi) è un luogo neutro e magmatico, una "cava" terrosa e scostante, spazio unificante di ogni angoscia e disperazione.

A questo dolore esistenziale, danno voce con grande sincerità gli attori tutti. La splendida Luisa Rossi, la protagonista, impone con bravura superiore ad ogni elogio la propria convinta adesione a questo grande personaggio.
Carlo Fontana - Avanti, 17 novembre 1976

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