Teatro

Timone d’Atene

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11 Novembre - 22 Dicembre 1988

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di William Shakespeare
regia Andrée Ruth Shammah
con Franco Parenti, Valeria Magli, Antonio Ballerio, Giovanni Battaglia, Giovanni Battezzato, Claudio Calafiore, Marco Casazza, Valeria Magli, Alberto Mancioppi, Aleksander Mincer, Moni Ovadia, Ireneo Petruzzi, Pierluigi Picchetti, Antonio Zanoletti
scene e costumi Ezio Toffolutti
allestimento musicale Paolo Ciarchi

Note di regia

Il Timone è entrato dentro di me più di vent’anni fa. Ero al Piccolo Teatro, facevo l’assistente alla regia e seguivo tutte le recite dello spettacolo. E tutte le sere, mentre seguivo ciò che avveniva in palcoscenico, cercavo di capire perché un testo così affascinante e moderno non riuscisse ad essere quello che poteva essere. Capivo, forse confusamente, che Shakespeare e in particolare il suo Timone, aveva bisogno di uno spazio diverso; tutta quella prima parte fatta soprattutto di movimento, di personaggi che entravano e uscivano, di scene brevi, ma così diverse tra di loro, richiedeva una leggerezza, una definizione non didascalica della varie situazioni.

Insomma è con il Timone di Atene che cominciai a riflettere sul teatro e su quello che avrei amato essere il mio approccio con il teatro.

Lì conobbi Franco Parenti che faceva la parte di Apemanto e, per dire la verità, i suoi toni laceranti, quella sua voce disperata e così piena di ribellione mi sembravano più adatti alla parte di Timone, soprattutto al Timone delle maledizioni e del doloroso rifiuto della realtà che emerge nella seconda parte del testo. Il cinismo di Apemanto forse richiedeva una più beffarda, meno dolorosa e spavalda provocazione.

E lì in quegli anni, più di vent’anni fa, decisi dentro di me che un giorno, se la vita mi avesse messo nella condizione di poter decidere, avrei fatto il Timone con Franco Parenti.

Passano gli anni, ogni anno da quando si è aperto il Pier Lombardo proponevo a Parenti il Timone. Mi resisteva: in parte perché urgevano altri progetti, in parte perché in lui era molto ferma la convinzione che Timone dovesse essere è un giovane. Ogni anno insistevo con minor convinzione, anche perché invecchiando l’incosciente sicurezza che mi accompagnava nei primi anni stava lasciando il posto ad una tormentata sensazione di essere troppo giovane per affrontare l’abisso di alcuni grandi testi.
Poi un giorno mi ritrovo a Parigi, dentro quell’affascinante e scrostato teatro che è Les Bouffes du Nord ad assistere ad una recita del Timone di Peter Brook. Che meraviglia vedere finalmente la favola esistere davanti ai miei occhi, la rapidità e il sorprendente incalzare di quel primo tempo! Ma ancora una volta, fatte le debite differenze, perché certo lì lo spettacolo c’era eccome! , e coinvolgeva la mente e il cuore dello spettatore e la modernità, e la scattante attualità del testo emergeva benissimo dallo spettacolo, anche lì, a quelle immagini, si sovrapponevano quelle di uno spettacolo che purtroppo avrebbe dovuto aspettare ancora un po’ di anni per nascere: il grande successo di quello di Brook rendeva infatti timida la mia voglia di riproporlo, ma dentro di me qualcosa era scattato che mi dava per lo meno la voglia di sognare e di contrappormi, nel segreto della mia fantasia a quella, pur fantastica, esperienza parigina. Sì di contrappormi, si perché la nobile povertà de Les Bouffes du Nord non mi sembrava il contenitore più esatto per affermare la società fondata sull’oro.

Per raccontare la favola di un uomo che si immerge quasi soffocandoci dentro, nel lusso e lo sfarzo, quel luogo appariva ai miei occhi troppo vuoto e povero. Forse poteva essere congeniale alla seconda parte, quella di Timone in miseria, ma pensandoci bene la genialità di Shakespeare è appunto che anche nel “deserto” Timone viene inseguito, perseguitato dall’oro. E comunque la vicenda personale di Timone non ha in nessun modo la forza di modificare il mondo che per Shakespeare viene avanti e nel quale siamo ormai sprofondati. E mentre si chiariva nella mia mente l’involucro necessario per questo livello della trama, scoppiava l’interrogativo dell’età di Timone. L’attore che lo interpretava a Parigi era un bel ragazzo molto bravo anche, ma il cammino di Timone fino alla sua decisione di eliminarsi rimaneva esteriore e poco convincente. Era solo un problema di statura o invece era l’assenza di quella macerazione interna che solo con l’età un attore può comunicare in modo profondo non con l’intelligenza ma con i sensi?
E la differenza di età tra Timone e i suoi amici non aiuterebbe forse a far capire che lui appartiene a un mondo che sta finendo, mentre i suoi amici appartengono già, e ne assumono tutti i valori, a un mondo che sta venendo inesauribilmente avanti e nel quale il denaro è il dio visibile e riconosciuto? E finalmente il momento è venuto di verificare concretamente, e nel mio teatro, tanti desideri e riflessioni. La possibilità di dare vita al mio Timone con Franco Parenti è arrivata.

E senza sentire il peso di tutti questi anni di attesa, mi sono buttata in questa avventura con la freschezza, mi sembra, di chi legge questa storia per la prima volta e se ne sorprende. Ma qualcosa era cambiato dentro di me. È nato mio figlio e una pienezza di vita e di amore che non conoscevo mi aiuta a leggere questa vicenda di solitudine in modo diverso.

Timone si accanisce nel suo odio per l’umanità perchè fino in fondo non viene meno in lui l’amore per un mondo diverso. È perchè la realtà non è come lui la credeva, e come lui continua a desiderarla che maledice, inveisce, e nega tutto. Il suo tormento è goffo, un po’ ridicolo ed eccessivo ma sempre provocato da una forte spinta ideale. Rimane – e non potrebbe essere diversamente – la consapevolezza dell’inutilità della sua “azione-non azione”, e lo spettacolo terminerà con l’amarezza che tutto rimane com’è, il potere seduto al suo posto a sbarrare la strada a qualsiasi possibilità di dare un senso all’esperienza individuale, ma chissà che al di là di questa chiusura finale io riesca a far sì che qualcuno si porti a casa, finito lo spettacolo al di là dell’amarezza di riconoscere che la società nella quale viviamo è quella che è, anche una sola piccola, esile, ma per me così preziosa sensazione che si può comunque desiderare che sia diversamente e sopravvivere.

Andrée Ruth Shammah

Ad Andrée Ruth Shammah è parso il caso di immergere tutto e tutti nel micidiale metallo, "puttana del genre umano", e di far sì che l'azione invadesse platea e galleria a ricordarci che il dramma riguarda anche noi, abitatori d'un mondo dominato pur sempre dall'usura. [...] Testo singolare, difficile, per vari aspetti ingrato, Timone d'Atene rappresenta un'ardua scommessa per qualsiasi regista. La Shammah ha pensato di affrontarla, questa scommessa, puntando su uno sfarzo quasi minacciosamente ostentato e su un uso sorprendete del teatro inteso come spazio architettonico totale.
Giovanni Raboni - Corriere dell Sera, 16 novembre 1988

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