Teatro

L’Albergo del libero scambio

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20 Ottobre - 18 Dicembre 1986

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di Georges Feydeau
regia Andrée Ruth Shammah
scene Karl Heinz Steck
costumi Ferdinando Bruni e Massimiliano Lauricella
musiche Paolo Ciarchi
con Franco Parenti, Lucilla Morlacchi, Giovanni Battezzato, Giovanna Bozzolo, Marta Comerio, Enzo Giraldo, Cecilia La Monaca, Massimo Loreto, Mauro Malinverno, Carla Manzon, Paola Maralli, Grazia Migneco, Antonio Rosti, Stefano Sarcinelli, Paolo Triestino

Note di regia

Per Feydeau la conclusione appagante al suo piacere della complessità e del calcolo è stata, alla fine, rimanere solo con la propria follia.
Questo pensiero mi ha accompagnato nei momenti di grande difficoltà delle prove (perché è difficile mettere in scena Feydeau, “oh! come è difficile!”), … il pensiero di Feydeau alla fine della sua vita, a quattro zampe che brucava l’erba: credeva di essere una mucca! O al caffè, nell’imbarazzo di tutti i presenti, quando si credeva Napoleone. Capivo, lavorando, che la sua volontà di perfezione non poteva non condurlo alla pazzia, cioè era il risvolto esatto della sua pazzia.

Non era usando una fantasia anche traboccante che sarei riuscita ad ottenere il risultato di demenzialità al quale comunque si deve arrivare; al contrario si trattava di accanirsi quasi fanaticamente su ogni dettaglio, su ogni gesto, ogni pausa o eliminazione di pausa nella verità o verosimiglianza di ogni attimo di realtà scenica. Non si trattava di raggiungere quella meccanicità di cui tanto si parla a proposito di Feydeau, ma di lavorare all’interno di ogni situazione, di ogni intenzione della battuta, nella diversità dei caratteri di ogni personaggio, per far scattare il meccanismo, senza aggiungere coloriture comiche che sarebbero andate contro quella disciplina, quella precisione della sua elaborazione intellettuale.

Si trattava di sviscerare con esattezza — ma anche di inventare — come si muovevano i pensieri dei personaggi che lui mette in movimento per massacrarli nel suo giudizio, e nel nostro. Ogni esclamazione in bocca a quel personaggio in quella situazione, ogni suo “oh là là!” “bon!” “voyons!” “allons!” non è che un mattone indispensabile per costruire una visione del mondo: la sua analisi violentissima di una società borghese fatta di egoisti, gente piena di sé, senza capacità di vivere la vita e i sentimenti; personaggi velleitari e presuntuosi attaccati alle cose e a tutto ciò che è apparenza.
Vietato è stato non tener conto di tutte le componenti in campo, privilegiare un aspetto piuttosto che un altro; privilegiare per esempio il meccanismo comico a dispetto dei caratteri, o costruire i caratteri al di fuori di ogni specifica situazione in cui si muovono.Scoprire che non puoi togliere o anticipare niente: tutto ritorna – ma proprio tutto – quando meno te lo aspetti.

Ne L’albergo del libero scambio il primo atto presenta l’ordine, la pulizia e la precisione della camera di lavoro di Pinglet, un costruttore edile. In quella scatola bianca scatta un meccanismo di desiderio della trasgressione. Ecco allora, la nascita visiva dell’albergo del secondo atto, tutto contenuto ma nascosto, nel primo. Nel terzo atto infine, assistiamo al tentativo di ricomporre quest’ordine estromettendo tutto ciò che può nuocere alla rispettabilità borghese (vengono espulsi – e non è un caso – il provinciale e la cameriera) il vestito rosa fuxia indossato nell’albergo dalla Signora Paillardin diventa il simbolo del peccato: si ricompone l’ordine sulla ipocrisia e la menzogna grazie allo scoppio di un temporale, grazie a Zeus in persona, confermando la tesi di Paul Morand per cui il teatro di Feydeau è il solo erede della tragedia greca, “il suo vaudeville restituisce alla fatalità la sua qualità insostituibile, quella stessa fatalità che metteva le Eumenidi al servizio del dolore e della morte; sola differenza, in Feydeau conduce alla gioia e al ridere.
In tutti e due i generi di teatro, l’azione è sottomessa alla volontà solo degli dei. Il cambio di scena a vista in modo imprevedibile prima dell’intervallo, intende essere un omaggio a quel meccanismo che Feydeau, in precisi dettagli, descrive nelle didascalie di tutte le sue commedie (e qui abbiamo cercato di essere più fanatici di lui) e nello stesso tempo è il piacere di verificare le potenzialità di quei pochi metri quadrati che sono l’assoluto del teatro: dai mobili usciranno i letti, i tavolini dell’albergo etc. etc.: è la finzione del teatro, la verità del palcoscenico. I costumi vogliono rispecchiare un oggi reinventato umoristicamente, un oggi teatrale che permetta di spingere a fondo, senza perdere la misura il giudizio che si vuole dare.
Perché mantenere intatta la “Belle Epoque” quando ne L’albergo del libero scambio non esiste una situazione che appaia realmente superata? Nella recitazione si è evitata tutta quella comicità esteriore “macchiettistica”. E tutto questo per arrivare all’assoluto, quello a cui Feydeau ha sempre mirato e che è il dato di contemporaneità, dunque di classicità di tutti i grandi autori.
Rispettare e inventare nel rispetto, essere razionali per raggiungere il demenziale… se Feydeau è diventato pazzo scrivendo quel tipo di teatro io credo che sto diventando pazza cercando di metterlo in scena come a lui, spero, sarebbe piaciuto oggi!

Andrée Ruth Shammah

 

La regista Andrée Shammah ha fuso in un amalgama molto fluido il puro gioco scenico e l'acredine risentita di questa ben nota commedia in tre atti.
Guido Davico Bonino - La Stampa, 22 ottobre 1986
Quello che ci attrae e che ci coinvolge in questo spettacolo non è tanto il cosiddetto realismo di Feydeau, né la sua descrizione della società del suo tempo, e non è neppure la sua presunta contemporaneità. A catturarci sono i meccanismi perfetti, la sapienza incredibile nel far nascere un riso che ci prende, si direbbe, nostro malgrado.
Maria Grazia Gregori - L'Unità, 23 ottobre 1986
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