Teatro

L’Ombelico

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8 - 30 Maggio 1982

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di Jean Anouilh
traduzione Aldo Nicola
adattamento e regia Andrée Ruth Shammah
scene e costumi Gianmaurizio Fercioni
con Franco Parenti, Lucilla Morlacchi, Gianni Mantesi, Grazia Migneco, Loredana Alfieri, Giovanni Battezzato, Antonio Ballerio, Anna Maria Pedrini, Secondo Degiorgi, Piero Domenicaccio, Franchino Aprile, Pierluigi Picchetti

Note di regia

Andrée Ruth Shammah. Il lavoro di regia
dal programma di sala

Ed eccomi, ancora una volta, alle prese con un problema che mi perseguita tutte le volte che in questi anni devo affrontare un testo non considerato di “valore sicuro” da ormai verificate osservazioni critiche o dal fatto che è resistito nel tempo o più banalmente che è stato materia di grandi messe in scena. Come è avvenuto con le novità assolute e cioè con quei testi che non avevano mai verificato la loro esistenza in palcoscenico (mi riferisco qui alla “Trilogia” testoriana) o come è avvenuto quando un testo era stato rappresentato, ma non ancora in Italia e di cui quindi non era possibile prevedere la sua incisività o la sua leggibilità per la sua leggibilità (e qui penso a La congiura dei sentimenti di Olesa o a Il gigante nano di Wedekind e anche a L’Imperatore d’America di Shaw, stavo dimenticando Occupazione di Griffiths!).

Insomma eccomi ancora una volta alle prese con un testo di cui alla lettura intuisco il fascino e l’interesse che può suscitare, e l’importanza, ma che poi, nel corso delle prove, sfugge un po’ da tutte le parti, come se resistesse a farsi fissare in una immagine unica e definita e perdere così il suo alone misterioso di poter essere per ognuno una cosa diversa. Chissà, forse mettere in scena un testo giovane (L’Ombelico è nato l’anno scorso) è un po’ come obbligarlo a diventare grande. Forse il cammino che lo costringe a fare è un po’ quello che un adolescente percorre quando deve rinunciare ad essere quello che avrebbe sperato e voluto essere, cioè tutto, per assumersi un ruolo definito nella società. Mah!…

Comunque il problema con L’Ombelico è stato sostanzialmente uno: trovargli in palcoscenico quella secchezza, quella modernità, e forza e fantasia, che la visione del mondo e il giudizio che Anouilh dà della società contemporanea richiedevano. Ma troppo spesso alle prove per il tipo di teatralità messa in campo dal testo si trasformava in uno spaccato di quotidianità convenzionale e, a volte, piccina.

Questo ha pertanto richiesto:

Un attentissimo lavoro sulla traduzione (sfumature ironiche e dunque più cattive, scelta dei vocaboli e degli aggettivi molto curata, secchezza delle battute).

Un lavoro di adattamento che è consistito principalmente nel chiarire e approfondire – nella seconda parte – i temi del gioco “del teatro nel teatro” così presente in tante commedie di Anouilh, e in modo più vistoso nel taglio di una scena che appesantiva tutto il primo atto, un lungo monologo dell’amante di Léon, a mio avviso convenzionalmente sentimentale e sostanzialmente inutile nell’arco del testo, tanto che l’autore stesso si è preoccupato di mettere in bocca al protagonista una battuta tipo “Sì, però devo ricordarmi, dopo l’intervallo, che non si può andare avanti così e devo trovare un po’ d’azione per la mia commedia”.

Un chiarimento continuo per l’interpretazione di Léon (Franco Parenti) per separare i momenti in cui era sincero da quelli in cui si gioca o finge provocatoriamente – i momenti in cui vive da quelli in cui scrive. Ma tutto senza sfrondare un testo che vive sull’ambiguità e che troppi chiarimenti banalizzerebbero.

L’ultima, ma più spiazzante tappa del lavoro, alle prove, è stata quella di togliere quasi tutti gli oggetti (divanetti, tavoli, librerie, cestini per la carta straccia, ecc …), in pratica aver cambiato la scenografia gli ultimi giorni di prova. Questo perché era necessario che gli attori trovassero un realismo credibile nella recitazione, nei movimenti e nei rapporti tra loro. Finalmente raggiunta questa fase, una chiave troppo realistica sarebbe risultata debole e senza quella energia che si voleva ottenere. Ecco qua. Sono appunti frettolosi mentre il lavoro prosegue, la stanchezza aumenta e si aspetta come una liberazione l’arrivo del personaggio più importante dello spettacolo: il pubblico.

C’è in questo testo una confessione sincera, spero davvero che siamo riusciti a comunicarvela.

La regista, oltre che sfrondare un poco il testo, ha certamente lavorato bene nel chiarirlo ed ha coraggiosamente respinto la tentazione di farlo recitare “alla francese”; la secchezza tutta moderna del “parlare” al Pier Lombardo si conferma qui, nel suo significato di scelta stilistica.
Odoardo Bertani - Avvenire, 14 maggio 1982
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