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PICCOLI CULT DELLA GRANDE LETTERATURA RUSSA
 

spettacolo contenuto in

 

di Fëdor Dostoevskij 
adattamento di Monica Conti e Roberto Trifirò
regia di Monica Conti
con Roberto Trifirò
e con Federica Rosellini

Produzione Teatro Franco Parenti

 

 "Immaginatevi un marito di cui la moglie giaccia sul tavolo: suicida, alcune ore prima si è gettata dalla finestra. Lui è sconvolto e non è ancora riuscito a riordinare i suoi pensieri. Cammina per le stanze della sua casa e cerca di spiegarsi ciò che avvenuto, di "metter ordine nei suoi pensieri". Per di più è un ipocondriaco inguaribile, di quelli che parlano con se stessi. Ecco, parla appunto con se stesso, racconta il fatto, se lo chiarisce. Malgrado l'apparente coerenza delle sue parole, alcune volte si contraddice, nella logica e nei sentimenti. Giustifica se stesso e accusa lei: un cuore, un pensiero violento e impetuoso sommuove il suo parlare, e un profondo sentimento. Gradatamente egli davvero chiarisce l'accaduto e "mette ordine nei suoi pensieri". La successione dei ricordi evocati ineluttabilmente lo conduce alla verità. La verità ineluttabilmente eleva la sua mente e il suo cuore". 

Fëdor Dostoevskij  (dalla prefazione al romanzo)

 

Uno dei più celebri e terribili racconti di Dostoevskij, La mite, adattato per la scena con rara sensibilità è andato in scena la prima volta al Teatro Franco Parenti nel 1997. Ne è nato uno spettacolo di forte coinvolgimento emotivo in cui l’amore e la delicatezza dell’adattamento hanno una semplicità e un’intimità che non vanno a discapito della raccapricciante “non narrabilità” della vicenda, con Roberto Trifirò protagonista attentissimo e ambiguo, pacatamente e sinistramente teso. 

Come per la maggior parte dei capolavori di Dostoevskij, anche La mite, un racconto del 1876, nasce da un fatto di cronaca. E’ probabile che a suscitare l’attenzione dello scrittore, maestro della psiche come labirinto con mille entrate e nessuna uscita, sia stato il fatto che il gesto della giovane non abbia in apparenza alcuna spiegazione. Ma più ancora, forse, che nella sua straordinaria capacità di investigare il mistero senza minimamente dissiparlo, la grandezza del racconto sta nella natura inesauribilmente metaforica della voce narrante, quella del marito della suicida, un “uomo ridicolo” in continuo movimento interiore fra gelo e passione, sadismo e masochismo, tentazione di nobiltà e gusto dell’abominio. 

Giovanni Raboni

 

La moglie è morta poche ore prima, suicida. Si apre con violenza il racconto di Dostoevskij, che ha come protagonista il marito sconvolto, incapace di dare un senso a quel gesto estremo e, per di più, ipocondriaco inguaribile, in continuo dialogo con se stesso. Da questo monologo intimo parte la ricostruzione della vicenda, una successione di ricordi appassionati, a volte contraddittori, violenti, impetuosi, un flusso alla ricerca di un ordine e della verità, ineluttabile. La storia di un rapporto tra un uomo e una ragazza, in cui il silenzio è lo strumento principale di un conflitto di potere. O semplicemente, la storia di due persone che potevano amarsi, ma non erano pronte a farlo nello stesso momento. Una fatale mancanza di sincronia. Uno spettacolo, presentato per la prima volta al Teatro Franco Parenti nel 1997, dal sempre forte coinvolgimento emotivo, in cui l’amore e la delicatezza dell’adattamento teatrale non vanno a discapito della sconvolgente “non narrabilità” della vicenda. E sulla scena, Roberto Trifirò è un protagonista attentissimo e ambiguo, pacatamente e sinistramente teso.

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

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